Eduard Habicher

Riflessioni di Gian Paolo Prandstraller

L'idea che può essere attribuita ad Eduard Habicher è grosso modo la seguente: La realtà, tutta la realtà, è precaria. Precaria, pericolante, e votata all' estinzione. Un insieme di ogetti e di soggetti sul punto di cadere nell' abisso, di essere annichiliti. Tutta la realtà è in procinto di farsi risucchiare da una sorta di gravità universale che trascina ogni cosa verso un punto senza ritorno.

Esiste tuttavia, per qualsiasi ente fisico o biologico, un principio di salvezza, altrettanto universale. Esso permette agli esseri di evitare, sia pure temporaneamente, il precipizio. L'artista è in grado di cogliere tale benevolo principio, sotto forma di evento dal quale ciò che sarebbe destinato a precipitare viene salvato. Dà una forza - in genere debole e lieve - sufficiente tuttavia a compiere il miracolo.

Il sasso in caduta sul pendio della montagna simboleggia in modo palmare questa contraddizione. Rotola, rotola, ma ecco che una protuberanza, un' asperità, una radice, un albero o altro, lo trattiene, proprio sull' orlo del burrone. Noi lo vediamo in bilico, e pensiamo: Alla minima scossa riprenderà la corsa verso il basso.

È un' entità alla quale Habicher ha dedicato una fase non breve del proprio lavoro: Facendolo trattenere da un' esile lama d'acciaio sul cornicione d'una casa, puntellandolo con un' asta su una parete o un soffitto, fissandolo in qualche modo sopra una strada sulla testa dei passanti, togliendoli comunque con un artificio la naturale pesantezza.

Analogamente, un tronco d' albero, trascinato da torrente impetuoso, e tuttavia agganciato da un viluppo, un nodo, un laccio, che lo tira fuori dal gorgo, alla riva.

O un vetro, destinato a frantumarsi nella caduta, salvato da un metallo che lo abbraccia, o fatto aderire a un soffitto contro le leggi della fisica. Il vetro è l'emblema stesso della fragilità (l' opposto del sasso); l' evento che lo salva pone rimedio, per così dire, al rischio insito nella sua stessa natura.

Altrettante trasposizioni dell' idea di aiuto, soccorsa, e simili, sono presenti nel nostro autore. Il riparo, la capanna, il nido, l'anfratto; strutture occasionali e provvisorie che proteggono gli uomini e le cose da forze ostili come il vento, la pioggia, la neve, la tempesta. Varie sono le cose e le attività che hanno vocazione al soccorso. È probabile che nel suo cammino creativo Habicher ne colga altre. Si pensi alla potenzialità concettuali del' "abbraccio". Non è forse l' abbraccio un modo antichissiomo di accogliere mettere al sicuro, proteggere? Perchè dunque non percorrere fino in fondo l'iconografia dell' abbraccio?

Non è un caso se Habicher ha comincato da qualche tempo a raffigurare ripari provvisori. Le strutture deboli che aiutano i viventi a sopravvivere; per esempio, un prototipo ideale di capanna. V' è in ciò una reminiscenza antropologica. Dove cercava riparo il primitivo se non in una malcerta costruzione - di frasche, paglie, canne, erbe delle savana? Simili ripari li davano una tranquillità effimera e tuttavia preziosa. Non tanta la certezza di vivere quanto la speranza di sopravvivere. Il primitivo sapeva d'essere "sospeso ad un filo", in balìa di forze avverse, vicino sempre al giorno in qui mors omnia solvit. I grandi antropologi hanno descritto accuratamente questo stato; rivivendolo forse in sè, hanno visto nel primitivo l'uomo di tutti i tempi.

L' individuo progredito, per quanto aiutato dalla scienza, ha tuttora la sensazione d' essere "sospeso ad un filo". Una sensazione tremendo, quando l' impatto del caos lo trova impreparato. Allora il senso d' una precarietà estrema devasta la trama di cose stabili che quel tipo d'uomo si era costruita, gli fa giganteggiare davanti il rischio e la paura. Proprio allora, per il progredito, diviene importante la salvezza occasionale, e la raffigurazione artistica di quest' ultima acquista un fascino irresistibile.

Che ne è, oggi, della tanto vantata capacità di "prevedere"? Dicono gli economisti e i sociologi che nelle società attuale il futuro è "aperto": Pochi riflettono che aperto vuol dire senza confini, rischioso e indeterminato. In realtà ci misuriamo senza trequa con l' imprevedibile. Sta sopra di noi un coacervo di eventi che possono sia accadere, sia non accadere, mettendoci in balìa d' una perplessità tormentosa: Il morbo che dilaga, l' irrompere d' una meteorite che se finisse sulla terra estinguerebbe la vita, l' innalzamento abnorme dei mari, l' avvelenamento dell' atmosfera, lo scoppio d' una violenza irrazionale, e così via. Questi eventi, ed altri simili, sono fonti d' imprevedibilità e di caos. Rappresentano per noi ciò che resta del mistero, un tempo vanto e sostegno delle religioni.

È vero, la scienza offre rimedi all' incertezza, ma quasi sempre arriva tardi, quando l' imprevvisto è già accaduto. Quest' epoca sarà forse ricordata per aver introdotto nella storia umana un' alea gigantesca alla quale cerchiamo di opporci come possiamo, ritornando - in segreto - al carpe diem degli antichi, la saggezza dei quali era tesa a cogliere le gioie dell' oggi nel dubbio che ci sarebbe stato un domani. Per noi il domani è una speranza, ma da quali insicurezze avvelenata!

Azzarderò un' ipotesi sul punto seguente: perchè Habicher ha presa sul pubblico colto? Rispondo: perchè rappresenta in modo del tutto leggibile la condizione esistenziale dell' uomo d' oggi; il quale, preso in mezzo al disordine, intuisce che l'unica cosa seria è la vita, e mescola continuamente depressione e volontà, caduta e speranza. Ha introitato sensazioni di limite e di perdita, ma ha capito che si può vivere nonostante simili fattori. Stiamo imparando ha campare senza l' eternità; siamo inquieti su quella contingenza febbrile che è il domani. I concetti di rottura, crisi, distruzione, ci sono familiari e Habicher ce li mette sotto gli occhi nelle sculture e nei disegni. Ci è dato però - anche nelle situazioni più negative - uno spiraglio di salvezza; che è colto, anche questo, dalle opere del nostro con una punta d' ironia e talvolta di sfrontatezza. Una lama d'acciaio svettante verso il cielo dal muraglione d'un castello (sotto c'è l' abisso) cos'è, se non una sfida ironica e temeraria?

Chi si avvicina all' arte di Habicher lo fa per riflettere sull' uomo di oggi, con le sue paure, ma anche con la capacità di escogitare stratagemmi per mezzo dei quali può evitare la rovina. L' uso di materiali come il vetro, il legno, la pietra (rinvenuti magari sul greto d'un torrente) tenuti insieme dall' acciaio, rende possibile all' artista di figurare, nello stesso tempo, la solidità e la fragilità, la caduta e la salvezza, la disperazione e la capacità di reagire. Per l' osservatore questi materiali si trasformano in simboli contraddittori, incardinati tutti sull' esistenza.

Padova, nel mese di gennaio 2003